Profilo

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  • Nasce a Verona nel 1972.
  • Frequenta il liceo artistico della sua città e l’Accademia di Belle Arti (1990-1992 a Venezia e 1992-1994 a Verona),
  • sezione pittura, con tesi “L’ambiguità in arte”, curata dal Prof. Roberto Sanesi.
  • Dopo gli studi collabora in qualità di assistente con il pittore Vincenzo Balsamo (1996-2003) e gli scultori Miguel Berrocal (1998) e Sergio Capellini (2001).
  • Oltre ad occuparsi di pittura, dal 2005 insegna al corso libero di disegno presso L’istituto d’arte P. Brenzoni (Sant’Ambrogio di Verona) e in qualità d’assistente all’Accademia di belle Arti Cignaroli di Verona (Pittura e tecniche pittoriche, Prof. Davide Antolini – 2009-2010).

FILOSOFIA

Il mondo umano è un campo d’azione immenso e falsamente circoscritto. In esso convergono molti aspetti a cui è sottomessa la Natura stessa nella sua interezza e nella sua complessità. Affrontarlo è tentare di capire dentro e fuori di noi tutta la poesia e il terrore che ci circonda. La sua inafferrabilità coincide con una perenne mancanza di contorni e sfaldamento della figura, dove sfondo e soggetto si amalgamano in un’ unica apparente consistenza.

TECNICHE

Olio, acrilico, tecniche miste su tela, pannello telato, carta.

PUBBLICAZIONI

  • Oltre a molti cataloghi di mostre collettive, quelli personali sono:
  • RITRATTI AL BAC, ed. galleria Bac Art Studio, Venezia, 2004
  • CROSS AND BOX, collana LA MATITA, a cura di G.Segato, ed.Grafiche Turato, Rubano (PD), 2005
  • IVA RECCHIA 2005-2007, ed. Grafiche Aurora, Verona, 2007
  • PICCOLE GRANDI ANIME, ed. Nova Lito, Carpendolo (BS), 2009

PREMI E CONCORSI

  • Primo Premio, ex equo, nel 1998 del concorso “Cartolina d’artista” V ed. indetto dalla galleria Bac Art Studio (VE);
  • medaglia di bronzo nel 2002 al Premio “Espoarte”, indetto dall’Ass.culturale Arteam, Museo civico d’arte contemporanea di Albissola Marina (Savona) e sempre nello stesso anno in occasione della “Settimana della cultura”,
  • 4°premio ex-equo, sezione pittura, org. Da DLF, Museo Miniscalchi , Verona.
  • primo premio, ex equo, al concorso “Un menù per la Colomba”, Fondazione Bevilacqua La Masa, (VE) organizzato dalla Galleria d’arte 3D con la partecipazione di Philippe Daverio.;
  • selezionata quattro volte (l’ultima nel 2010) al Premio Arte.

CRITICA

Hanno scritto di lei: Elena Agudio, Jean Blanchaert, Jara Bombana, Vittorio Bustaffa, Angelo Calabrese, Milena Cordioli, Saverio Simi de Burgis, Isabella Dilavello, Enzo Di Martino, Enzo Fagiani, Giovanna Galli, Alessandra Galvani, Elena Gennai, Barbara Ghisi, Alessandro Giovanardi, Giovanni Magnani, Antonella Mallus, Eros Olivotto, Monica Saracino, Giorgio Segato, Fortunato Orazio Signorello, Giorgio Trevisan.

CRITICHE

È solo la Natura, il Regno Animale, fonte inesauribile di pensiero e creatività nel suo rappresentare, nel suo essere specchio dell’animo umano, del suo furore e della sua quiete. Ed è bene che l’Uomo non dimentichi la sua umana animalità, se non vuole essere da essa sopraffatto.

Quindi avanti, entrate in questo zoo senza gabbie.

Per quanto sembrino chiusi nello spazio, stretti sulla carta, imprigionati nella terracotta, gli animali che incrocerete esplodono della loro bellezza selvaggia, istintuale, drammatica, grottesca e leggera.

Alle pareti spuntano su carta lucida gli animali di Iva Recchia, in un gioco a cancellarsi dei colori, colori che non si aggrappano alla superficie ma tendono a scivolar via. Sperimentando, osando e usando non solo pennelli ma anche piume, carta, spugne, nascono uccelli in volo, cani perplessi, scimmie sorridenti, un bestiario reale e fantastico dove il colore, sparendo, sottolinea a volte il movimento, a volte un sentimento, una domanda, un’attenzione. Non è, infatti, una riproduzione pedissequa dell’essere animale, ma un fermare nello spazio/tempo quell’attimo che lo avvicina all’essere umano.

(Dilavello, mostra IL BESTIARIO, 2009)

 Una sorta di urgenza del segno supera l’esigenza di soffermarsi sui cambiamenti o contrasti di colore. La natura viene letta attraverso immagini interiori tutte chiuse in gesti e sguardi umani. Si vuole fortemente preservare il sentimento da ogni forma di bassezza romantica o illusoriamente sognatrice poiché è il gesto stesso della mano sulla superficie che si pone a inseguire la parte di natura che non può essere spiegata dalla ragione.

Anche per questo ogni figura, ritratto o corpo che sia, non possiede nulla di seduttivo, di fascinoso in ordine alla sensualità. I volti raffigurati, gli incarnati come superficie si ripiegano in sé e su di sé.

Le figure rimangono a dialogare con se stesse. Assistiamo alla ricerca di un vero che non è l’apparire o il far apparire, piuttosto è cercato da un’ intensa domanda di presenza, un esserci, un proteggersi.

Qui il movimento è apparente, vi è piuttosto, sospensione.

Il fondo completamente bianco è la volontà estrema di non competere con la natura, di non volerla rappresentare per imitarla fine a se stessa. E’ la volontà che Iva manifesta a partire dalla pittura su tela che non ama velature o fondi d’appoggio. Le carte fotografiche che in ultimo predilige come supporto, non possono accogliere sovrapposizioni materiche. Questo bianco di fondo nella tradizione pittorica rappresenta la natura stessa. Iva ne è ben consapevole.

La figura si staglia su un’assenza che è presenza assoluta del tutto e per questa ragione, invisibile, bianca.

Il gesto pittorico che produce le linee compositive cerca un luogo di riconoscibilità. In un equilibrio incerto tra l’identità e il suo smarrimento, la figura si libera dalla necessità di rappresentare quel determinato soggetto. Non si narra, si rappresenta.

Ogni uomo, donna o bambino, ogni figura, ogni soggetto non cambia da se stesso se non per quei dettagli riconosciuti che ne evidenziano una propria unica natura liberata in molteplici stati d’animo quanto sono numerosi i segni che scavano e cercano nella e sulla superficie, in quella specifica natura in grado di farci specchiare e quindi riconoscere…

(Bustaffa, mostra PICCOLE GRANDI ANIME, 2009)

 

Artista preparata grazie a una notevole capacità di ‘lettura della realtà’…Un esempio di equilibrio e di partecipazione nello studiare e nel fare, evitando ogni forma letteraria. Dipinti forti e nitidi, in un’atmosfera di classicismo e di innovazione.

(Enzo Fabiani e Giuseppe Possa in “NUOVA ARTE” TESTO CRITICO PREMIO ARTE 2003, Ed. Mondadori 2004)

 

Con Iva Recchia la ritrattistica si esprime attraverso un personalissimo linguaggio artistico «A-temporale», che si può definire «Moderno» pur esulando da quello «Contenporaneo».

I volti dei quadri, dai titoli illuminanti ritrovati e scoperti nelle frasi e negli aforismi di teorici di cultura classica e moderna, come «Anelo all’Eternità perché lì troverò le mie poesie non scritte e i miei quadri non dipinti», oppure «Datemi il silenzio ed io sfiderò la notte», ed ancora, «L’attesa è il battito degli zoccoli del tempo», appartengono a quelli dell’Universo, ma con quest’ultimo Iva Recchia persegue l’intento di eluderne la comunicazione puntando tutto sulla rappresentazione del contenuto, sull’essenza della natura, della storia, della scienza, dell’arte e della poesia.

(…) Sicura ed incisiva si esprime, inoltre, nel proporre la serie dei ritratti di «vecchi». Nell’accumulo di rughe e di segni, la pittrice scorge l’autentico disinteresse, la genuina sincerità, il vero passato, riflessi dell’anima così carpita in tutta la sua vera essenza, dando vita ad un’opera ricca di una gamma di sentimenti delle più vaste, purché rappresentati alla loro massima esprimibilità. Nel suo procedere Iva Recchia si accorge che il suo disegno si scioglie, s’ispessisce, diventa ruvido o morbido, per sentire ed esprimere con il solo mezzo della sua pittura la stanchezza, l’accumulo dei tesori di un’esistenza, risultati ottenuti con il completo annullamento della propria personalità. Vale a tal proposito ricordare che ai suoi quadri più volte è stata attribuita la mano di un pittore e non di una pittrice.

Nei suoi ultimissimi lavori Iva Recchia riscopre il colore, ma si tratta sempre di un colore voluto, ricercato, rielaborato, servile alle linee e alle forme, ancorato ad un effetto plastico dello stesso e del disegno, basti che, in quest’ultimo, si accentui l’espressività. Così la «cravatta rossa» dell’opera Cravatta rossa, (2001), non appare nemmeno nel quadro, il «rosso» perde paradossalmente la sua valenza estetica per diventare, con il viso, il punto focale del quadro, mentre tutt’attorno è un confondersi di piani che si compenetrano pur rispettando la propria autonomia.

Nel «Ritratto di Alice Neel, pittrice» (2001), il linguaggio si porta senza dubbio ad un livello artistico notevole. Grazie ad un’abile fusione di colore e forma, il disegno appare costruito con fiammate di pennellate che si dilatano e si restringono fluttuando liberamente sul supporto pittorico. In quest’opera Iva Recchia è Alice Neel mentre questa a sua volta è Iva Recchia, non v’è sorta alcuna di distinguo fra le due pittrici.

(Dott.ssa Monica Saracino, 2001)

 

… i quadri che forse suscitano maggiormente l’interesse dello spettatore sono i ritratti, i volti, quasi monocromi, accuratamente elaborati, sia tecnicamente che mentalmente, nei quali la pittrice sa esprimere dei sentimenti che non confliggono con la realtà, ma che si integrano con la sua immaginazione.

Ogni dettaglio di un viso sembra dilatarsi sulla superficie e nel colore, i primi piani sembrano dissolversi e poi ricomporsi in immagini tormentose ma vere, come se ogni ritratto, così intensamente dipinto, volesse comunicarci il travaglio interiore dei soggetti ….

(Giorgio Trevisan, 1999)

 

… Iva Recchia dipinge volti che sembrano appartenere ad una sorta di visionarismo fantastico, un genere espressivo caratterizzato da un alto senso di drammaticità e di sensibilità, nei riguardi di un mondo in cui il mestiere di vivere diventa sempre più angosciante, sempre più paralizzato dalle indotte necessità dell’apparire piuttosto che da quelle dell’essere.

(Giorgio Trevisan, 1999)

 

Iva Recchia presenta una galleria di ritratti provenienti dai ‘pellegrinaggi’ che l’artista compie tra la folla, assistendo a contatti rarefatti e superficiali. La difficoltà del ricordo di ciò che viene visto, impone il tentativo di fermare l’azione per osservarla da vicino: i tagli, le asimmetrie, l’avvicinamento desel campo visivo, sottolineano la volontà di una sincera presa di coscienza del mondo e di sé stessi.

Il colore ha una duplice valenza interpretativa: se da un lato il monocromatismo induce a riflettere sulla difficoltà di comunicazione del presente, dall’altro le accese tonalità rivelano le esigenze di staccarsi dall’immagine per osservarla con la freddezza necessaria che porta all’estraniamento, a quella non- identificazione che trasforma la tragica visione della vita da comica in ironica. A sottolineare quest’ultimo aspetto entrano in gioco i titoli presi a prestito da aforismi di noti pensatori classici e moderni.

(Dott.ssa Alessandra Galvani, 1998)